
Le origini dell’Arciconfraternita della Misericordia di Pisa si ricollegano con l’opera di carità a favore dei poveri, degli infermi, dei carcerati ed in particolare, dalle sue pietose premure verso donne convertite esercitate da quella magnifica figura che fu il padre Domenico Cavalca, asceta e sacro scrittore, vissuto nel XIV secolo.
Nel 1334 si costituiva una Confraternita detta di Sant’Orsola composta dalle monache della Misericordia alle quali si aggiunsero molti Confratelli per esercitare le opere di carità e che perciò si chiamarono in un primo tempo "Orsolini".
Indossavano un abito bianco e nel 1527 dodici di essi, volontariamente dedicatisi durante una epidemia al seppellimento di tutti quelli che morivano di peste, adottarono un abito più convenevole, la cappa nera.
Nel 1575 i Confratelli si recarono a Roma per lucrare il Giubileo e furono ricevuti con grandi onori dall’Arciconfraternita della Morte e Orazione di quella città a cui per autentico Breve di Gregorio XIII°, vennero aggregati con diritto di partecipazione dell’insegna e di tutte le grazie, favori e privilegi concessi o da concedersi dai Sommi Pontefici alla detta Arciconfraternita.
I nuovi Statuti della Misericordia, condotti a termine nel 1606, furono approvati quattro anni più tardi dall’Arcivescovo Sallustio Tarugi, successo al Dal Pozzo nel 1607.
Entrarono in vigore il 4 luglio 1610. Contengono nove capitoli oltre il proemio, nel quale è succintamente compendiato il principio e gli scopi della Compagnia.
L’abito dei Confratelli era formato da una semplice cappa di tela nera con cordone annodato alla francescana, avente sul petto alla sinistra uno scudo di cuoio argentato diviso in due parti: la parte superiore rappresenta l’arma della Confraternita pisana in campo d’argento con croce di color rosso in mezzo ad una "O" pure di color rosso; la parte inferiore rappresenta pure l’arma dell’Arciconfraternita della Morte e Orazione di Roma, in campo nero fra due orologi a polvere, due ossa incrociate sotto ad un teschio sormontato da una croce.
I Confratelli dovevano astenersi da giochi vietati, dalle taverne e dai cattivi compagni; fuggire il peccato e l’occasione di far male; vivere col timor di Dio, avere carità ed amare il prossimo aiutandolo con l’esempio e con le opere in modo che ogni fratello "conformandosi con gli altri, si faccia quasi norma et esempio di buon vivere; facendo di sé per tutta la città risplendere una chiara luce di opere buone, di carità verso Iddio et amore verso il prossimo, acciocchè l’Onnipotente Re del Cielo sia per mezzo di quelle da chiunque li mira lodato e sempre glorificato e ringraziato".
Nella pestilenza che funestò Pisa negli anni 1631 – 1632, l’opera caritatevole della Compagnia fu grande, secondo la descrizione che ne fa lo scrittore (e canonico) Tronci che ne fu testimone oculare: "L’anno 1631, avendo il contagio assalito malamente questa città, dall’Arcivescovo Giuliano de’ Medici, che di Firenze era apposta venuto a Pisa per invigilare sopra il suo gregge, li fu raccomandata (ai Confratelli) la cura di far portare gli infermi al Lazzaretto, e di far seppellire i morti, li quali e per servire a Dio in opera tanto pia e per compiacere a un prelato tanto amorevole accettarono volentierissimo la carica e l’eseguirono con tanta diligenza e carità, che maggiore non poteva desiderarsi. Stavano sempre alcuni di loro residenti nell’Oratorio Vecchio, in modo che, quando li deputati delli sestieri avevano malati o morti, l’avvisavano con la loro polizza, con additarli la strada e casa, ed in continente erano portati via".
Il decreto 21 marzo 1785 di soppressione delle Confraternite laicali in Toscana, emanato da Pietro Leopoldo I, fu applicato alla Misericordia di Pisa il 10 luglio successivo. I Confratelli che tanto amavano la loro Compagnia videro, in questa occasione, profanato il loro Oratorio, dispersi gli arredi sacri, trafugata una veneratissima immagine del Crocifisso.
Intanto Pietro Leopoldo, chiamato a succedere nel trono imperiale d’Austria per la morte del fratello Giuseppe II, avvenuta il 20 febbraio 1790, rinunziando al Gran Ducato di Toscana, vi lasciava il suo secondogenito Ferdinando III.
A questi i Confratelli fecero più pressanti le loro suppliche e, finalmente, il 24 marzo 1791, Ferdinando III esaudiva le loro richieste permettendo loro il riordinamento della Confraternita nell’Oratorio di San Gregorio. Furono stesi nuovi capitoli col seguente titolo: "Capitoli della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Pisa sotto il titolo dei Santi Gregorio, Orsola, Sebastiano e Morte della città di Pisa, approvato dall’Ill.mo Sig. Auditore Segreto del R. Diritto", e terminato con la approvazione così espressa: "Concedesi la ripristinazione della Compagnia della Misericordia di Pisa ed approvati i presenti Capitoli".
Così risorse, nonostante le suddette dure limitazioni, per volontà di circa 500 cittadini pisani, l’antica e gloriosa Arciconfraternita della Misericordia .
Venendo la Compagnia a sapere che la consorella di Firenze esercitava uffici di pietà, anche verso i vivi, trasportando all’ospedale per mezzo di portantine coloro che avevano la disgrazia di rimanere feriti, i Fratelli pisani stabilirono di supplicare il Granduca per ottenere la facoltà di fare altrettanto come si praticava dalla Misericordia di Firenze.
Il Granduca accolse la supplica e con rescritto del 1 settembre 1797 permetteva all’Arciconfraternita l’esercizio di questi atti di pietà e la autorizzò di porsi sul piede di quella fiorentina.
Fernando III, che nutriva simpatia per la Misericordia Pisana, concesse che per la chiamata dei Fratelli ai servizi di carità fosse usata la campana del Palazzo Pretorio e inoltre, con lettera del 7 luglio 1798, il Granduca veniva ascritto all’Arciconfraternita come Protettore.
In seguito agli avvenimenti bellici di quel periodo, fu posta da Napoleone a reggere il Granducato di Toscana la sorella Elisa, principessa di Lucca e di Piombino.
Ad essa si rivolsero i Confratelli pisani per ottenere l’esenzione dal pagamento della tassa di manomorta, come ne erano esenti le Misericordie di Firenze e di Livorno.
La Regina Reggente accolse la domanda con il seguente proclama:
"Sua Maestà la Regina reggente, in sequela delle preci umiliate al di Lei Trono dai Fratelli della Venerabile Compagnia della Misericordia di Pisa, penetrata dal vivo zelo con cui i detti Fratelli si prestano a soccorrere nei casi calamitosi l’Umanità languente, ed in veduta dei vantaggi, che da questa si risentono, si è degnata con Benigno Rescritto del 27 giugno 1805, di accordare alla suddetta Compagnia della Misericordia di Pisa l’esenzione dalle Leggi di ammortizzazione, beninteso, che continui ad uniformarsi interamente al Regolamento della Compagnia della Misericordia di Firenze, come fu ordinato con Rescritto del 23 febbraio 1798.
Dott. Ranieri Appolloni Cancelliere
Questa più volte richiesta di uniformità al regolamento del sodalizio fiorentino che già nella mente di Pietro Leopoldo I doveva essere come lo Statuto modello per tutte le Confraternite di carità del Granducato, era di già attuata dalla Misericordia di Pisa fin dal 1798.
Ora, sotto la Reggenza, avvenne qualcosa di più, e le due Misericordie solidarizzarono maggiormente.
La piccola Compagnia di Sant’Orsola, ingrossatasi sempre più attraverso gli anni di anime generose e caritatevoli, è sempre stata presente in ogni calamità nazionale.
"Tutte le volte che la Divina Provvidenza, per fini a noi imperscrutabili, ha suonato a martello la campana del dolore, e la peste, il colera, l’inondazione, la guerra, hanno fatto versare alla Patria lacrime di sangue, i fratelli di questa pia associazione, folla anonima, sotto il vigile sguardo di Dio, seguendo la bandiera dell’amore evangelico, sono accorsi a tergere il pianto delle vedove e degli orfani, a trasportare i feriti, a seppellire i morti, a rischiare la salute e la vita nelle epidemie e nei morbi, come molti di essi hanno offerto nella grande guerra, in olocausto la propria giovinezza".
La Misericordia di Pisa, che per la sua attività caritativa è insignita della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica, è fornita attualmente dei più moderni mezzi di Pronto Soccorso che le consentono di espandere sempre più la sua opera a favore della umanità sofferente.
(Tratto dal volume di Foresto Niccolai, Le più antiche Misericordie)